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Salute riproduttiva

09-26-2021 18:19

Federica Di Martino

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Salute riproduttiva

Tempo di lettura 4'

«Da tutte le parti questo corpo che mi abita e che abito sfugge e mi torna, come se fosse l’anguilla della mia coscienza, un’anguilla attaccata a “me”».

 

Rossana Rossanda “Questo corpo che mi abita”

 

Il nostro corpo ha una geografia complessa, sconosciuta e familiare allo stesso tempo. Ne percepiamo le sfumature e le radicalità, e anche quando ci sembra oscuro e difficile da decifrare, sappiamo che ci appartiene e che dobbiamo imparare a conviverci, anche nelle avversità.
Sono corpi lavorati, ridefiniti, curati, medicalizzati, sono corpi che si intrecciano con altri corpi, che lasciano lo spazio alla scoperta, da cui, appunto, ci facciamo talvolta abitare.

 

 

Mi piacerebbe cominciare questo articolo raccontandovi una storia diversa, provando a mappare e delineare la geometria dei nostri corpi nell'ambito della salute riproduttiva, magari ritrovando quella bella familiarità che ci faccia sentire a nostro agio. Sceglierò, tuttavia, di perseguire una strada diversa, più aspra sicuramente, quantomeno autentica. La verità è che parlare di autodeterminazione dei corpi in relazione all'aborto è una bugia che ci raccontiamo per continuare a portare avanti le nostre battaglie attraverso schemi comuni e chiaramente riconoscibili. Una bella bugia, per carità, una bugia che avrebbe tutti i contorni per definirsi come verità, ma nei fatti continua a raccontare soltanto una delle forme dell'espropriazione dei corpi stessi.

 

La storia dell'aborto è antica quanto il mondo. La testimonianza più remota che abbiamo, ad oggi, è ascrivibile al 1550 a.c., rilevabile in un papiro dell'Antico Egitto, in cui si parla di aborto, ma anche di ginecologia e contraccezione. L'aborto era praticato attraverso erbe officinali, in quanto considerata alla stregua di qualsiasi altra prassi medica e sanitaria.

Come potrete immaginare, la situazione ha iniziato a cambiare, più precisamente alla fine del Cinquecento, con l'intervento della Chiesa, che ha ben pensato di marchiare l'aborto come un omicidio... ed eccoci arrivati ad oggi.

 

Ora, nonostante esista nel nostro Paese una legge dello Stato, la 194/78, che regolamenta il diritto di interrompere una gravidanza se indesiderata, c'è da dire che lo stigma che riguarda questa pratica della salute (sì, l'aborto è una pratica medica sanitaria che tutela la salute e il benessere della persona che lo sceglie) è ancora molto forte. L'idea generale è che abortire sia sbagliato, quella più specifica è che la persona che sceglie di interrompere una gravidanza sia sprovveduta e disinformata, e che molto probabilmente merita dolore e sofferenza come unica risposta al suo appello. Poco male, chi se ne frega? Direte voi. L'ho detto anche io, tante volte, ma quello che ho capito, negli anni, è che questo tipo di visione, che nasce da un progetto ben preciso, cade a cascata sulle nostre vite e limita inesorabilmente l'autodeterminazione sul nostro corpo.

 

L'aborto in Italia è silenziato. Sebbene 1 donna su 4 nella propria vita ha interrotto la propria gravidanza, sono pochissime quelle che lo dichiarano pubblicamente, ancora meno quelle che parlano apertamente dell'esperienza che hanno vissuto. E credetemi, ce ne sarebbero di cose interessanti da dire.

Anzitutto, è importante capire come l'esistenza di una legge non legittima in nulla quella che è l'estrinsecazione del diritto. Parlo, in particolare, dell'accesso ai servizi, del rapporto con il personale medico e sanitario, della corretta informazione sul tema.

Basti pensare che secondo l'ultimo report del Ministero della Salute sull'applicazione della legge 194/78, che ad oggi risale all'anno 2018, la percentuale di medici obiettori si assesta al 69%. Immaginate, dunque, che 7 medici su 10 vi negheranno quello che sulla carta è un vostro diritto. E anche quando ve lo “concederanno” (sì, purtroppo parliamo ad oggi di concessioni), non sarà certo una passeggiata di salute.

E qui torniamo a “quello che le donne non dicono”; perché quello che avviene all'interno dei Consultori e degli ospedali, in molti casi, ha a che fare con pratiche che nulla hanno a che vedere con l'accompagnamento sanitario, ma che somigliano molto di più a una sorta di flagellazione in piazza della pubblica sanità.

 

“Il tuo aborto è una vergogna per il nostro lavoro”, “non potevi pensarci prima?”, “vedi che quando lo vorrai, poi, magari potresti non averlo”, e così via. Badate bene, non tutti i medici sono orchi cattivi e non tutti i presidi della sanità pubblica sono la Guantanamo della salute riproduttiva. Tuttavia, il silenzio che si cela dietro questi episodi, di cui sentiamo tutto il portato e la violenza, non è altro che una forma di potere e assoggettamento sul nostro corpo e sulla nostra esperienza.

 

I nostri aborti non hanno nulla a che vedere con l'autodeterminazione del nostro corpo, perché è in quella pratica che il nostro corpo ci viene forzatamente sottratto, non ci appartiene più. Nessuno ci spiega come avverrà il nostro aborto, nessuno ci spiega le differenze tra l'aborto farmacologico e quello chirurgico, nessuno ci permette di sentirci compartecipi di quella pratica della salute che abbiamo scelto per la nostra vita.

Da geografia degli organi, di emozioni ed esperienze, il nostro corpo diventa una bomba a orologeria, con un tempo estremamente breve per provare a capire se riceveremo la famosa “concessione”, quanti obiettori troveremo sul nostro percorso e quale sarà il primo ospedale utile a darci almeno una data. Noi non esistiamo più, i nostri dubbi non esistono più, esiste solo l'istinto di sopravvivenza, quello per cui l'unica cosa che conta è riuscire a rientrare nei tempi, poco conta se mi fanno sentire sbagliata, sola, colpevole, se il mio corpo non mi appartiene.

 

Se la questione è già di per sé complessa, il tema diventa un triplo carpiato a occhi chiusi su un filo a strapiombo, quando parliamo di corpi non conformi.

“Le donne abortiscono”. Frase sgradevole, indigesta, ma tanto è, fino a quando non cercheranno di smantellare una legge che già di per sé è abbastanza fallata. Ma cosa succede quando diciamo: “non solo le donne abortiscono?”. Perché è proprio quello che accade. L'aborto, è più in generale tutti i temi della salute riproduttiva, non riguardano soltanto le donne, ma investono anche le soggettività trans* e le persone non binarie.

Lesa maestà. Doppio affronto, che nella nostra cultura sessuofobica, misogina e omotransfobica, significa annientamento totale del diritto a esistere.

 

I nuovi traguardi per provare a trasformare una bella bugia in una radicata verità, ovvero che l'aborto è una pratica di autodeterminazione dei corpi, devono assolutamente passare attraverso l'incorporazione della realtà LGBTQIA+, secondo istanze, rivendicazioni ed esigenze.

Parliamo di un corretto uso dei pronomi, di bisogni differenti che andrebbero inseriti in precisi protocolli clinici e sanitari, centrati non solo su quello che biologia insegna, ma su quello che cultura e identità richiedono.

Parliamo di una lotta per la vita, la nostra, che non può escludere, ma che ha il dovere preciso di aprire gli argini, valicare i limiti e fare dell'eccesso e del tutto la propria ragione d'esistere.

Solo così, forse, riusciremo a determinarci a partire dai nostri corpi, a incarnarci nei nostri desideri e soprattutto a fuoriuscire dalla violenza comune della colpa semplicemente perché abbiamo scelto una vita, la nostra.


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