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Il gioco dei perché: edizione femminista

02-17-2022 13:28

Gabriella Campanile

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Il gioco dei perché: edizione femminista

Tempo di lettura 10'

Cos’hanno in comune un’astronauta, una ministra e una bambina? Dal femminile, avrete intuito che sono donne e, in questo caso, è vero (friendly reminder: non tutte le persone che utilizzano pronomi femminili sono donne).
Tuttavia, i tre esempi che ho scelto non sono casuali, e me ne servo per raccontare – dati alla mano – di come, per le donne, sia impossibile prescindere dal proprio corpo e dal proprio aspetto fisico ed estetico, in ogni spazio della vita pubblica e privata. Con questo non sto dicendo che gli uomini siano esenti da ripercussioni emotive (e non solo) a causa di giudizi non richiesti sul proprio aspetto, ma il culto della bellezza è estremamente femminile e a testimonianza di questo, vi suggerisco di entrare in una profumeria e rovistare tra i prodotti, osservare le pubblicità di cosmetici o prodotti dimagranti e indovinarne il target (che spesso vi verrà mostrato direttamente, con agghiaccianti “prima” e “dopo”, come se quella prima di acquistare quel prodotto X non fosse vita). 
Quindi, una ministra, un’astronauta e una bambina hanno in comune il fatto che il loro corpo sarà sempre oggetto di dibattito, anche quando del tutto inopportuno, inutile e non richiesto. 
Ricordate i commenti infelici che spopolavano su Facebook nel 2015 sull’aspetto di Samantha Cristoforetti al ritorno dalla Stazione Spaziale Internazionale? (1) O di quelli su Rosy Bindi, spesso anche da parte da altri esponenti politici? (3) Ciò, chiaramente, non riguarda solo donne con una certa dose di esposizione mediatica, anzi: ho scelto anche l’esempio della bambina per dimostrare che nella vita privata il nostro corpo è in realtà il corpo di tuttз, quello su cui tuttз hanno diritto di parola, un oggetto da esaminare, controllare, correggere. A tal proposito, cito la tesi di Elena Gianini Belotti, che partendo dall’assunto secondo cui le tradizionali differenze tra “maschile” e “femminile” siano frutto di condizionamenti culturali e sociali e abbiano un ruolo rilevante nella crescita, rileva tra le sue piccole pazienti anche una precoce ed eccessiva attenzione alla propria immagine2.
Non è casuale, infatti, che quando si voglia offendere una donna, tra gli svariati epiteti utilizzati, si faccia quasi sempre uso dei seguenti: brutta e grassa. Un tempo avrei annoverato anche puttana (e sinonimi) ma come fa notare Giulia Blasi nel suo Brutta – Storia di un corpo come tanti, ce ne stiamo riappropriando (4)
Vorrei partire dall’aggettivo «brutta» e tentare, quindi, di rispondere alla domanda:
Perché la bruttezza è un’offesa? 
Per rispondere partirò dalla fine, con dei dati estrapolati da L’atlante delle donne e Beauty Mania – Quando la bellezza diventa ossessione:

  • Nel mondo, l’86% degli interventi estetici è svolto su donne;
  • L’intervento chirurgico più richiesto è l’ingrandimento del seno;
  • Nel 2016 sono stati effettuati 17,1 milioni di interventi estetici: il 92% su donne (il testo inserisce ironicamente anche un altro dato e cioè che l’85% dei chirurghi plastici specializzati sono uomini) (5).

 

Riprendo ancora l’esempio della bambina, citando Beauty Mania: «il 34% delle bambine di cinque anni si autoimpone delle limitazioni alimentari di tanto in tanto e il 28% vuole che il proprio corpo somigli a quello delle donne viste nei film e in televisione» (6).
Questi dati sono, in realtà, la punta dell’iceberg, quello almeno che riesco a misurare con i miei mezzi, di una società che impone modelli di bellezza (quasi esclusivamente occidentale) ogni volta che può: vediamo (corpi di) donne decorare televendite di materassi, indossare improbabili guaine dimagranti, sorridere alle spalle dell’ennesimo conduttore nei programmi di prima serata, sfilare in concorsi nazionali/mondiali di bellezza.
Le 5 maggiori aziende cosmetiche – L’Oréal Francia, Unilever Paesi Bassi/Regno Unito, Procter & Gamble USA, Estée Lauder USA, Shiseido Giappone – hanno fatturati stimati intorno a, rispettivamente, 29, 21, 15, 11 e 8 miliardi di dollari (dati del 2016) (7). Insomma, il mondo intero ci spinge verso ideali di bellezza spesso irraggiungibili (riuscendo a venderci le soluzioni) e che non tengono conto delle differenze. L’Italia detiene, su scala mondiale, il 4% degli interventi estetici facoltativi (tra cui liposuzione, aumento del seno, chirurgia della palpebra, rimodellamento del naso e addominoplastica) (8). E noi continuiamo a puntare il dito contro il make-up e la chirurgia – visti come modi attraverso cui le donne falsificano la propria immagine
quando, ribadisco, ogni filtro di Instagram, ogni beverone sponsorizzato dall’influencer di turno, ogni crema rimodellante anticellulite ci spinge verso quella direzione.
La bellezza è parte integrante della nostra vita, e quando viene messa al pari (se non prima) di altre qualità, il minimo che possiamo aspettarci sono tentativi di conformarvici e offenderci quando i nostri sforzi non vengono riconosciuti perché siamo state già marchiate come brutte.
Se la bellezza, infatti, è costosa, richiede tempo, energie e comunque non durerà per sempre, essere considerate brutte è comunque difficile perché si suppone che proviamo ad essere belle a ogni costo e, se non ci riusciamo, abbiamo il dovere di sopperire con lo sviluppo assolutamente perfetto di altre qualità. In altre parole, non puoi essere brutta e antipatica o brutta e fregartene di esserlo. 
Da alcuni indizi disseminati qua e là, avrete capito che alla bellezza è spesso associata alla magrezza – perché mai, altrimenti, dovremmo ricorrere così frequentemente ad addominoplastiche e liposuzioni? Quindi:
Perché la grassezza è un’offesa?
La radice della risposta a questa domanda è insita nella precedente: il grasso non rientra tra i modelli di bellezza ideale ed è quindi generalmente utilizzato come ulteriore modo di farci sentire brutte. Ma al grasso è associato anche un carico di stereotipi sul comportamento che finiscono col ferire doppiamente: in Fat Shame, Amy Erdman Farrell ne ricostruisce la storia della stigmatizzazione, evidenziando che l’attuale e crescente preoccupazione per il grasso, legata, in particolare, negli USA a quella che è stata definita epidemia di obesità, non riguarda soltanto l’aspetto medico, ma l’intera sfera della cittadinanza (9). 
Lo stigma del corpo grasso, infatti, ha una doppia dimensione, sia fisica che caratteriale: dall’incapacità di controllarsi alla pigrizia, dall’ingordigia all’assenza di forza di volontà (10). L’aggettivo «grasso» è tutt’altro che neutro e, con questi presupposti, è veramente difficile anche provare a rivendicarlo e svuotarlo della propria connotazione negativa.
L’industria della bellezza è legata alla lotta contro il grasso in maniera così profonda e intricata che è praticamente impossibile discernere dove finisca la (presunta) preoccupazione medica e la preoccupazione per il profitto. Basti pensare alla diet culture, vale a dire «il sistema di valori che attribuisce alla perdita di peso e alla magrezza un’importanza assoluta, da raggiungere ad ogni costo, anche a scapito della salute» e che contribuisce a «creare false credenze e ansie intorno al cibo, dividendo i cibi buoni dai cattivi e conferendo all’atto di mangiare liberamente qualcosa di peccaminoso e immorale» (11). Nella narrazione comune, infatti, è perfettamente normalizzato sentirsi in colpa per aver mangiato questo o quel cibo, imporsi un detox dopo le vacanze di Natale, demonizzare i carboidrati o, anche, sottoporsi ad allenamenti pesanti per “rimediare” a uno sgarro. La dieta passa come uno strumento miracoloso in grado di rimetterci al mondo, anche quando ci priva di nutrienti essenziali ed è palesemente insostenibile per lunghi periodi. E proprio perché il grasso è legato alla forza di volontà delle persone, non riuscire a dimagrire è logicamente visto come la conseguenza di una performance sbagliata: non ci stai provando abbastanza, devi fare di più, non sai prenderti cura di te stessa. 
L’attacco al corpo grasso, evidentemente, non è soltanto la prerogativa di chi cerca di smontarci attraverso un insulto becero, ma è anche ciò che ci sentiamo dire da persone vicine, genitori, amichз, partner che danno voce a preoccupazioni spesso generate dalla pervasività della diet culture e dagli stereotipi ad essa connessi. 
Le cose, per fortuna, stanno cambiando: ci sono sempre più medicз interessatз a capovolgere la narrazione corrente (in Italia mi vengono in mente Silvia Goggi e Edoardo Mocini) (12) promuovendo stili di vita e alimentazione sani e sostenibili; ci sono progetti di fat acceptance e body neutrality (13) il cui scopo è quello di restituire dignità (e spazio e diritti) ai corpi socialmente ritenuti non conformi; ci sono sempre più attivistз queer che promuovono modelli di bellezza e rappresentazione che esulano dal binario e abbracciano l’intero spettro delle possibilità.
Disintossicarsi dalla paura del brutto e del grasso è difficile e richiede un grande lavoro da fare su se stessз, ma una volta iniziato vi renderete conto che di ogni singolo sforzo, di ogni libro che avete letto, di ogni idea che avete cambiato, ne sarà valsa la pena.


Fonti:

  1. Napolitan ne ha raccolti alcuni al presente link https://www.napolitan.it/wp-content/uploads/2014/11/commenti-samantha.jpg (link consultato il 02/02/2022)
  2. GIANINI BELOTTI, E., Dalla parte delle bambine, Feltrinelli, 2013 (prima pubblicazione 1973), Milano.
  3. In politica (e non solo) si parla di argomentum ad hominem quando in un dibattito si contesta l’interlocutore e non le sue idee. È una strategia retorica molto utilizzata che, purtroppo, spesso sfocia in insulti. Un triste esempio al link https://www.repubblica.it/2009/10/sezioni/politica/giustizia-12/attacco-a-rosi-bindi/attacco-a-rosi-bindi.html (link consultato il 04/02/2022).
  4. BLASI, G., Brutta – Storia di un corpo come tanti, Rizzoli, Milano, 2021, p. 22.
  5. Tutti i dati in elenco sono in SEAGER, J., L’atlante delle donne, Add Editore, Torino, 2018 (quarta edizione del 2020), p. 90.
  6. ENGELN, R., Beauty Mania – Quando la bellezza diventa ossessione, Harper Collins, Milano, 2017, pos. 108.
  7. SEAGER, J., op. cit. p. 88.
  8. Idem, p. 90.
  9. FARRELL, A.E., Fat shame - Lo stigma del corpo grasso, Tlon, Roma, 2020, pp. 17-40.
  10. Ivi p. 350.
  11. Entrambi i virgolettati provengono dal Grassario – Il dizionario di @belledifaccia scaricabile gratuitamente al link https://www.bossy.it/prodotto/grassario (link consultato il 05/02/2022).
  12. Vi rimando ai loro profili Instagram @silviagoggi e @edoardomocini_.
  13. Per la definizione di body neutrality vi rimando all’altro articolo che ho scritto per questo numero, Lettera a me stessa. La fat acceptance, invece, è l’idea che ogni tipo di corpo sia valido e degno e mira ad eliminare lo stigma del corpo grasso. 

 

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