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La coerenza nella confusione (e l'importanza di farsi gli affari propri)

02-17-2022 12:09

Nadir Regina

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La coerenza nella confusione (e l'importanza di farsi gli affari propri)

Tempo di lettura 7'

Alcune persone transgender, non tutte, soffrono di disforia, o, più correttamente,incongruenza di genere. Questa condizione di malessere legata al non riconoscersi in alcune caratteristiche fisiche legate al proprio sesso di nascita è molto personale e varia per intensità e frequenza da persona a persona: vi sono individui che la “localizzano” in parti anatomiche precise, più o meno esclusive dell’uno o dell’altro sesso (il seno o la sua assenza, i genitali, la peluria fitta e la barba e così via). Ve ne sono altre, invece, che si sentono a proprio agio (o, almeno, indifferenti) nei confronti di alcune zone del proprio corpo anche marcatamente caratterizzanti il sesso di nascita associato al genere in cui non ci si rispecchia (un esempio: alcune donne trans AMAB – ovvero il cui genere è stato indicato come maschile alla nascita sulla base dei propri genitali – non vivendo con inquietudine il rapporto con il proprio pene, scelgono, pur potendo, di non operarsi perché non ne avvertono la necessità), ma per le quali altri dettagli della propria fisicità sono molto difficili con cui avere quotidianamente a che fare o addirittura insopportabili: la voce, l’altezza, i capelli eccetera.

 Alcuni cambiamenti, anche se “piccoli”, “reversibili” e meno impegnativi in confronto aoperazioni chirurgiche e/o assunzione di farmaci tramite TOS (terapia ormonale sostitutiva,femminilizzante o mascolinizzante, che consente di modificare le caratteristiche sessuali secondarie in modo da farle allineare all'identità di genere della persona che li assume) possono fare la differenza e generare nell’individuo più sicurezza di sé, se non addirittura “euforia di genere”: si parla di adattamenti non invasivi come scelte di vestiario e di scarpe, stile, tagli e acconciature di capelli, make-up e altri espedienti. Non si sta analizzando solo l’espressione di genere, ovvero la maniera in cui ci si presenta alla società tramite l’aspetto( abbigliamento ma anche interessi e “ruoli”) e il modo in cui esso viene stereotipicamente associato a un genere piuttosto che a un altro in base alla percezione della società, al loro assetto culturale e al contesto, tempo e luogo in cui si è collocati. In questo caso, infatti, è esaminato anche il modo differente per ciascun individuo in cui l’espressione di sé si intrecciacon la disforia di genere e, talvolta, scaturisce in non conformità di genere.

 Quando l’espressione di genere non riflette ciò che comunemente (e arbitrariamente) è tipico del proprio genere (assegnato alla nascita o meno) si parla di “non conformità di genere”: se ci si presenta alla società in modo atipico, meno comune (un esempio concreto èun uomo anche cisgender che indossa pubblicamente una gonna, capo di abbigliamento generalmente utilizzato dal sesso femminile nel contesto occidentale del ventunesimo secolo) è frequente destare scalpore (nel caso di figure pubbliche, anche se grazie alla rappresentazione sempre più frequente di VIP e di influencer sui social media queste scelte sono in fase di diffusione e normalizzazione), perplessità, curiosità, talvolta addirittura bullismo.

 Le persone trans possono seguire un iter medico (e legale) per ridimensionare il disagio provocato dal proprio corpo per esprimere se stesse al meglio e sentirsi bene nella propria pelle, oppure scegliere di non farlo per questioni di scomodità, mancanza di denaro, di tempo, timore, condizioni di salute pregresse, infinite ragioni personali che non si è tenuti a spiegare né a giustificare. A prescindere da questo, la loro espressione di genere è libera di essere non conforme, senza per questo essere vista come un motivo per mettere in dubbio la validità del proprio genere. La confusione altrui non deve essere motivo di mancanza di rispetto del prossimo: un uomo resta tale nonostante la scelta di portare gioielli, tacchi alti rossetto; per quanto l’impiego di questi accessori sia più diffuso tra le donne, se l’identità di un individuo è maschile l’utilizzo di quelli che sono semplici oggetti (di per sé neutri, ma nel pensare comune, sia per abitudine sia per indottrinamento, riservati usualmente a un solo genere) non deve diventare un’occasione per discriminarlo, fermarsi alle apparenze, giudicarlo, valutarlo come “incompleto”, “indeciso”, addirittura “opportunista”. Allo stesso modo, una donna, cis o trans che sia, ha diritto che vi si rivolga a lei con i nomi e pronomi corretti al di là dell’essere inquadrata come più o meno stereotipicamente “femminile”: capelli corti, vestiario selezionato dal reparto di abbigliamento maschile, colori scuri, profumi freschi e forti anziché dolci e delicati, hobby prevalentemente riservati al genere maschile non vanno a invalidare la sua identità.

 Al di là dei gusti personali, assolutamente legittimi, e la mescolanza di caratteristiche sia maschili sia femminili nella propria espressione di genere (androginia volutamente ricercata o meno), può capitare, dovendo avere a che fare con la propria disforia, di usare accorgimenti diversi in modo personalizzato pur di mitigarla, a discrezione del singolo: io, uomo trans, al di là di apprezzare personalmente oggettistica normalmente confinata al pubblico femminile (spesso deliberatamente ignorata dagli uomini per timore di indebolire la propria virilità ed essere oggetto di scherno), se mi sento meglio con me stesso con un paio di stivali alti perché in questo modo altero la mia altezza a mio piacimento, non posso poi dover subire le domande indiscrete delle persone curiose nel migliore dei casi, invadenti nel peggiore. Se avessi temporaneamente a disposizione solo capi femminili per questioni economiche o per scelta di attenzione per l’ambiente, se stessi lavorando lentamente sul mio aspetto per capire cosa mi aiuta a superare il disagio che riscontro percependo inadeguati certi aspetti del mio corpo sperimentando varie combinazioni, o se volessi semplicemente essere eccentrico, la mia non conformità di genere non autorizza nessuno a essere irrispettoso in virtù della difesa a spada tratta di una coerenza di genere basata su stereotipi che non fanno che danneggiare la libertà di espressione degli individui.

 Bisogna sdoganare gli stereotipi di genere per avere un’arma in più sia per combattere la disforia sia per dimostrare entusiasmo, originalità, libertà di essere. L’unico modo per farlo è attraverso la rappresentazione, dagli schermi alle piazze: è necessario far sentire le proprie variegate voci, anche e soprattutto se fuori dal coro. Dopotutto, stiamo solo chiedendo di potere ssere genuini, di esprimerci sinceramente, di avere il diritto di scoprire cosa ci rende felici e cosa no, e chi ci ostacola in questa scoperta, e per egoismo e per ignoranza, dovrebbe invece focalizzarsi su di sé, chiedendosi quanto sia autentico o quanto passivamente plasmato da ciò che la società gli impone di fare sin dalla nascita sulla base casuale di ciò che ha nelle mutande.

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