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La tavola rovesciata

01-16-2022 21:25

Sydney

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La tavola rovesciata

Tempo di lettura 7'

«Elucubrazioni», direte, «elucubrazioni di una sensibilità sempre guardinga». Potrebbe essere così, non vi contesto, eppure siccome, credo, chi studia certe cose non ha mai tempo libero perché sempre le riporta alla propria mente e vi dipinge le sfumature della vita quotidiana, si generano pur sempre delle suggestioni. Bisogna farci il callo, abituarsi agli attacchi allo scorrere noioso e tranquillo delle ore di relax, ai collegamenti costanti tra immagini cose e concetti, che è quel che non smette mai di stupirmi di ciò che mi capita nei saggi e nei manuali di cui in questi cinque anni un po’ mi sono nutritǝ un po’ mi ci hanno ingozzato (mi si perdoni la cruda espressione).

Ma, forse lo state pretendendo anche a questo punto, arrivo al sodo. Nei mesi scorsi ho dovuto studiare circa duemila versi, in uno di quei rigurgiti improvvisi di programmi d’esame che mi ricordavano la mia triennale rigonfia di testi come lo è un otre di vino. Tre mesi per duemila versi, qualcosa doveva pur rimanere. Soprattutto la metà di quei duemila, e cioè i circa mille versi del Tieste di Seneca.

In totale millecentododici versi di vendetta, cannibalismo endofamiliare, piani malvagi e spiriti inferi.

 

*

Se vi posso risparmiare qualcosa su Seneca (1), qualcosina della storia di Tieste ve la devo pur dire. Si tratta di uno di quei personaggi del mito e della cultura antichi che ricordiamo perché immischiato profondamente nelle trame insolubili di una rovina familiare, quelle in cui la colpa non fa che trasmettersi di generazione di generazione, si fa genetica, ed in un movimento ad onda si esplica in modi sempre più efferati, sanguinari e implacabili. Soprattutto in Seneca, le parole chiavi di furor (follia), dolor (dolore, ma anche la ferita che ad esempio in Atreo, fratello di Tieste, mette in moto la vendetta in una folle lucidità di piani), scelus (il delitto) si fanno portatrici di un’ipertrofia delle cause e degli effetti, poiché qui in particolare non c’è una vera risoluzione finale ma un crescere del male fino a rendere la Terra (e il palazzo dei Tantalidi, la dinastia di cui fanno parte Atreo e Tieste e che risale a Tantalo) un doppio degli Inferi. La colpa investe generazione per generazione la famiglia, ciclicamente aumentando il dolor e quindi anche lo scelus che si fa via via sempre più cruento (2). Fino ad arrivare al nostro Tieste. Colpevole di aver in precedenza sottratto il regnum (il potere) al fratello e di aver avuto una relazione adultera con la moglie di Atreo, Erope, viene attirato con l’inganno dal suo esilio da Atreo con la falsa promessa della restituzione e la condivisione del potere (Tieste era stato mandato in esilio dopo che con l’inganno aveva preso il potere. L’intervento di Zeus, che favoriva Atreo, aveva svelato le sue macchinazioni) (3).

Qui arriva la parte sanguinosa: Tieste, figura debole in Seneca che prima elogia l’esilio ma poi subito cede alla prospettiva del potere, giunge con i suoi figli alla corte di Micene, viene ospitato da Atreo che finge pietà fraterna solo per poi uccidere i figli di Tieste in un empio sacrificio e imbandirne le carni all’incauto fratello, in una scena di grande effetto in cui la masticazione di Tieste, pieno di cibo e di vino, si protrae a lungo prima della cruda rivelazione (il banchetto cannibalico richiama lo stesso mito dell’inganno di Tantalo e si colloca agli antipodi del mito prometeico nella scala evolutiva del rito del banchetto, da quello umano e tabuizzato a quello animale).

*

 

Questa, in estrema sintesi, è la storia, le immagini fondamentali ed efferate che scorrono dinnanzi agli occhi ad una prima, veloce occhiata. Ma allora cosa mi ha suggestionato? In breve: l’autofagia, perché il cannibalismo di Tieste ingloba la sua discendenza, l’idea della colpa che di fatto delinea l’identità a priori e senza appello di ogni componente della famiglia, la tavola che Tieste rovescia nella versione eschilea (4). Tutto questo mi ha fatto pensare, soprattutto la tavola rovesciata, all’idea della famiglia tradizionale rovesciata, fagocitata ma autofaga, il mito di Licaone e l’idea di un individuo che finisce col divorarla. Attenzione: non è possibile mettere sullo stesso piano queerness e Tieste, quest’ultimo è il mixtum per eccellenza, prima ingannatore, poi divoratore dei figli e poi padre incestuoso con la figlia Pelopia, da cui avrà come figlio/nipote Egisto. Tutto questo non ha nulla di queer, sarebbe una comparazione sbagliata. Eppure, l’idea di un essere mixtus che divora il potere e una discendenza familiare con un atto autofagocitario, che distrugge una colpa genetica e castrante mi ha suggestionato, mi ha fatto pensare a una visione grandiosa di distruzione di tutto ciò che di tossico il piano familiare tradizionale e di familismo amorale fa vivere, dal nucleo familiare a quello istituzionale (perché sì, anche le politiche di un Paese riverberano delle stesse dinamiche: al di là del fatto che ci sono solo persone, più spesso uomini, al potere di età molto avanzata che decidono di un futuro non loro e senza categorie nuove che solo le più giovani generazioni possono possedere a pieno, pensiamo a tutte le politiche che hanno al centro solo il concetto di famiglia nucleare e di sangue). Detto questo, è il mito di Licaone che costituisce una forte suggestione, e col Tieste ha forti somiglianze. Uomo lupo, servì le carni di un fanciullo (Arcade) a Zeus che reagì dando un calcio alla tavola, proprio come fa Tieste in Eschilo, e trasforma Licaone in lupo (5). Il calcio alla tavola segna la fine del patto di comunità e amicizia che la mensa aveva creato. Non è tutto qui. Licaone è anche alla base della genesi del tiranno, come spiegato nella Repubblica di Platone. Un capo diventa tiranno quando inizia a gustare viscere umane e il sangue dellʒ cittadinʒ fino ad arrivare al sangue dellʒ congiuntʒ. In Platone, la tirannide è associata al lupo, così come la violenza (6).

Inevitabilmente, la mia suggestione diviene questa: la famiglia nucleare, di sangue e tradizionale è come Licaone, quell’uomo empio che tenta di sfamare un dio con carni empie, simbolo di violenza e degenerazione tanto del rapporto di comunità attorno la mensa quanto del potere. Allo stesso modo, la famiglia tradizionale, la sua degenerazione per così dire, “polibiana”, il familismo amorale (7), che crea un cerchio netto tra mondo esterno e comunità intrafamiliare in un isolamento sempre diffidente, che contagia lʒ figlʒ con sensi di colpa e ricatti emotivi. Ma soprattutto, che trasmette acriticamente regole e stereotipi, dogmi e tradizioni bloccando ogni possibilità di scelta, ovvero quel tratto distintivo umano (ma anche degli animali non-umani) che è l’autodeterminazione. Quante volte non hanno rispettato i nostri pronomi? Quante volte ci hanno detto che sia la nostra identità di genere o il nostro orientamento sessuale, romantico e il nostro assetto relazionale non andavano bene o che erano solo delle fasi? Quante volte il cibo o, eventualmente la propria spiritualità e/o religione, sono stati fonte di dibattito e messa in discussione dentro le mura domestiche o oggetto di una dolorosa autocensura?

La vera fase dovrebbe essere quella, passeggera, di un sistema oppressivo, non della gioia, immensa, del proprio sé e della propria libertà.

È vero, tutto questo ragionamento, astruso magari, su Tieste, cannibalismo e lupi col sangue sulle fauci potrebbe essere campato per aria. Elucubrazioni, appunto. Semplici elucubrazioni. Anche Tieste non è da meno in tutto questo, quel suo essere “misto” non lo salva affatto in questa prospettiva, anzi lo rende un doppio di quello stesso meccanismo che proprio con Tieste in un certo senso si perfeziona, perché divora sé stesso, i doppi della tragedia, rende la Terra più infera degli Inferi, rende il potere e la famiglia autofaga.

Ma quel calcio alla tavola, quel momento che spezza ogni rapporto, che lo frantuma e poi si rivendica (nel caso di Zeus). Se lì ci fosse una svolta diversa, un’immagine insieme battagliera ed empowering? Siamo statʒ costrettʒ a divorare le stesse tare familiari che si protraevano per generazioni, le stesse dinamiche tossiche e castranti (che ci sottraevano brutalmente o subdolamente il regnum), gli stessi traumi della generazione precedente mai affrontati perché mai presi sul serio (come la salute mentale, lo stigma che ancora porta insieme alla psicoterapia), la mancanza di consapevolezza sul nostro presente e sul nostro futuro perché “ai tempi miei era diverso” ma, carǝ miǝ, più semplice per molti aspetti. Insomma, involontariamente siamo statʒ anche noi cannibali, ci hanno consegnato delle carni empie sotto forma di fratture generazionali mai risolte o rese coscienti. Ecco perché tutta questa immagine della tavola, la suggestione, le elucubrazioni.

Ognunǝ di noi, col nostro, personale percorso rovesceremo quella tavola crudele e opprimente, a tempo debito, o forse qualcunǝ lo ha già fatto, e porremo fine all’empio banchetto. Certo, magari non per tuttʒ è stato, è o sarà così, esistono certamente narrazioni ed esperienze diverse e molto più positive ma al tempo stesso, purtroppo, non sono sempre così frequenti. Tuttavia, la regola aurea vale sempre: ogni esperienza personale è diversa e non per questo meno valida di altre.

*

 

Ecco, ho finito. Ora devo proprio andare. D’altronde, tutte quelle tavole non si rovesceranno da sole…


Fonti:

  1. Cfr.https://www.treccani.it/enciclopedia/lucio-anneo-seneca [cons. 06/01/2022]; ancora meglio se ricercato su https://referenceworks.brillonline.com/browse/brill-s-new-pauly [cons. 06/01/2022].

  2. Cfr. Francesca Nenci (a cura di), Seneca, Tieste, Milano, 2002, pp. 9-74.

  3. Cfr. la voce Thyestes su https://referenceworks.brillonline.com/browse/brill-s-new-pauly [cons. 06/01/2022].

  4.  Cfr. Eschilo, Agamennone, vv. 1583-1611).

  5. Cfr. Francesca Nenci (a cura di), Seneca, Tieste, Milano, 2002, p. 69, n. 85. Sul mito di Licaone cfr. anche Giulia Piccaluga, Lycaon. Un tema mitico, Roma, 1968.

  6. Cfr. Platone, Repubblica, 565d-566a; Francesca Nenci (a cura di), Seneca, Tieste, Milano, 2002, p. 72 e n.91 per ulteriore bibliografia.

  7. Sul familismo amorale cfr. https://www.treccani.it/vocabolario/familismo [cons. 06/01/2022]; Edward Banfield, The Moral Basis of a Backward Society, Glencoe, 1958.

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