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Parole che contano, parole che giocano

05-05-2021 00:44

Francesco Napoli

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Parole che contano, parole che giocano

Tempo di lettura 6'

Degenderate è un’iniziativa dellз ragazzз di Arcigay Salerno, che hanno scelto di mettersi in gioco in questo tempo difficile che ci è capitato di attraversare. Per l’associazionismo è un tempo di fatica e di distanza. L’emergenza sanitaria sta compromettendo il senso stesso dell’aggregazione e del vivere in comunità.

Non possiamo fare diversamente, ma sostenere questa distanza per noi, come per l’intero mondo associativo e del volontariato, diventa una fatica quotidiana talvolta insostenibile e drammatica. Siamo private del meglio, del bello e del buono dell’essere sociз, persone impegnate con e per gli altri.

Tuttavia non è stato un tempo vuoto, esclusivamente deprivato. Dal lavoro di questi mesi difficili nasce questo progetto: Degenderate.

Un magazine online, uno spazio di riflessione e diffusione di nuovi contenuti intorno ai temi a noi più cari: transfemminismo, queer, gender studies, questioni di genere, sessualità, affettività, ma non solo. Siamo parte di una cultura che vogliamo esplorare, siamo dentro usi e costumi che vogliamo interrogare, siamo parte di un mondo da cui vogliamo farci contaminare con autenticità e senso critico. Vogliamo condividere, integrare, incontrare, nuovi pensieri, nuove opinioni e nuovi contributi. Vogliamo ascoltare, confrontarci, aprire nuovi discorsi per costruire con chi legge nuovi punti di vista, avere uno sguardo trasversale e contaminato sulla contemporaneità; è il nostro più profondo desiderio, la nostra istanza più vitale in questo momento storico. Ci chiediamo spesso come migliorare la condizione delle persone LGBTI+. Siamo convintз della nostra appartenenza ad una storia di battaglie, di lotte, di rivendicazioni.

Una storia fatta di sorellanza, di sofferenza, di comunità, di morti e feriti, di vittorie e di sconfitte. Chi ci ha preceduto ha sicuramente sofferto più di noi ed a tuttз loro dobbiamo e siamo sempre gratз per tutto quello che hanno saputo conquistare a mani nude, mettendo in gioco le proprie vite e i propri corpi in un tempo in cui essere gay, lesbiche, trans era ancora più difficile di oggi.

Siamo qui con le nostre valige piene di ricordi, di ferite e di conquiste. Talvolta ci sentiamo gli epigoni di questa storia, come coloro che sono chiamati a darle una degna conclusione. Tuttavia crediamo che non sia, purtroppo, ancora questo il tempo di calare il sipario, ma proprio oggi è il tempo di tenere alte le bandiere arcobaleno contro ogni discriminazione, violenza, stigma, stereotipo, pregiudizio, odio.

Da tempo abbiamo assunto l’urgenza della trasversalità delle battaglie per i diritti e le tutele; da tempo la comunità LGBTI+ italiana si è data un orizzonte che travalica singole istanze, pur legittime, per abbracciare una tensione ad una società migliore in tutti i suoi campi: la tutela di tutte le donne, delle persone migranti e straniere, delle persone con fragilità e disabilità, la tutela della salute, il diritto alla formazione ed all’istruzione, il diritto al lavoro, la tutela dell’ambiente, il mondo animalista, l’estensione dei diritti per tuttз nel rispetto delle soggettive ed originali condizioni di vita a partire dalle persone anziane. Una rinnovata assunzione di responsabilità, collettiva e condivisa, che ci rende meticci, che ci contamina e ci investe di nuove sfide. Ed allora Degenderate diventa il nostro spazio di lotta e di rivendicazione.

Abbiamo scelto questo nome per irridere e sbeffeggiare la cultura retrograda e violenta di chi usa il gender come una clava, di chi ci vuole sempre “de” qualcosa: degenerate, deformi. Ma anche per prenderci un po’ gioco di noi stessз, dei nostri personali schemi e pregiudizi, delle nostre piccole “caselle” di genere; per provare a scardinare quegli assunti sociali, culturali, economici e politici, che ci vogliono divisз in squadre, solo due squadre: maschi e femmine, uomini e donne. Caselle e incasellamenti a cui contribuiscono “parole, parole, parole”; parole di odio e di violenza, ma anche parole di sottile offesa, di strumentale confusione, di pregiudizievole spunto. Sappiamo bene quanto la comunicazione offerta dai mass media, dai social, dalle fonti più o meno accreditate, dai megafoni del momento, determini il senso comune, costruisca i significati diffusi socialmente e culturalmente. La parola è un’arma potente, spesso sottile, ma che si insinua e che determina cambiamenti, arretramenti, arroccamenti. E le polemiche dei giorni scorsi intorno alle vicende Parole, parole, parole 3 dell’artista Fedez, della Rai e del Concerto del Primo Maggio, ne sono un limpido esempio.

Fedez irrompe scardinando logiche ataviche del linguaggio della televisione pubblica italiana, specchio di una opinione pubblica provinciale, borghese e omertosa. Il sommesso, e sottomesso, di parole che poi erodono da dentro, viene squarciato da una presa di posizione, e di responsabilità, forte e chiara. L’episodio sancisce il superamento della comunicazione modello “Mamma Rai” – un po’ come era accaduto all’indomani dell’avvento di Fininvest e della tv generalista – per lasciare spazio alla comunicazione digitale, social e diffusa – con tutti i suoi pregi ma anche con tutti i suoi rischi.

La forza di Fedez non è nel personaggio, ma nello strumento, nuovo e usato con novità.

Parole alternative, usate in modalità alternativa, che arrivano in modo alternativo attraverso tempi e luoghi alternativi. In questo la politica arranca, incapace di cogliere il segno dei tempi, impegnata ad imbrigliare e piegare il cambiamento ai propri interessi di bottega. E così, anche su questo terreno oltre che quello ideologico e strumentale, si consuma la battaglia di queste ore intorno alla Legge di contrasto all’omobilesbotransfobia, alla misoginia e all’abilismo, quella che abbiamo imparato a conoscere come DDL Zan, dal nome del suo promotore e firmatario.

Una legge ovvia, perfettibile come sempre, ma indispensabile e urgente in un paese dove le vittime di discriminazione e violenza di cui siamo a conoscenza sono solo la punta di un iceberg sommerso che stentiamo solo ad immaginare. Una legge che non toglie niente a nessuno, ma aggiunge ed estende diritti e tutele a chi non ne ha. Eppure anche in questo caso “parole, parole, parole”.

Arroccamenti ideologici e pretestuosi, manovre di vecchia scuola parlamentare, argomentazioni strumentali, scorrette e fuorvianti, impastano il dibattito pubblico, riempiono colonne di giornali e siti di informazioni, producono titoli di dubbio gusto e sostanza. Ed allora comprendiamo che abbiamo bisogno di parole nuove, di nuovi spazi di parola, di prendercela e ri-prendercela continuamente quella parola; di riprenderci quel “dire-di-sé” che implica la messa in gioco dei nostri corpi, dei nostri desideri, dei nostri sogni. Una parola che perdiamo e riacciuffiamo continuamente, ma che ogni volta possiamo restituire trasformata delle nostre vite e dei nostri passi; una parola del cui potere trasformativo e performativo dobbiamo essere consapevoli per non esserne vittime ma artefici.

Degenderate vuole essere per noi innanzitutto questo spazio: uno spazio di presa di parola, di restituzione di parola, di trasformazione costante delle parole che “dicono-di-noi” senza per questo costringerci, ma ridefinendoci ogni volta ci conducono ad alternative di noi e della nostra comunità.

Parole che rintracciano e si riappropriano costantemente di quel politico che è strumento ed opportunità di crescita umana e sociale delle nostre società; quel politico che è nelle parole di ogni giorno; parole da presidiare, cambiare, trasformare.

Ogni volta che apriamo la bocca, che scriviamo un post, che condividiamo, commentiamo un post, ogni volta agiamo politica; stiamo installando o disinstallando uno schema di linguaggio e con esso di pensiero diffuso e diffondibile.

Ogni volta che discriminiamo, lasciamo uscire parole d’offesa, ogni volta che commentiamo con insulti, con parole di scherno o stigma, non stiamo esprimendo una opinione: stiamo ferendo qualcuna o qualcuno; stiamo costruendo una società peggiore, stiamo armando qualcunə che non si fermerà alle parole.

È bene dirselo, è bene saperlo; è bene impegnarsi per uso consapevole dei linguaggi e degli strumenti della comunicazione, oggi più che mai, a scuola come in casa, sui social come nei luoghi di lavoro, al bar come al supermercato, sul treno, al mare come in montagna.

Le parole contano, oltre al fatto che dovrebbero pesare; le parole giocano e noi giochiamo con esse. E quando contano di più le parole che dividono in luogo di quelle che accolgono, il gioco diventa rischioso, perverso e pericoloso. Talvolta qualcuno ci rimette la vita.

Noi abbiamo scelto di giocare con le parole, di prendercela, questa responsabilità, di rispondere a questo massacro di parole di odio con parole che esplorano e non giudicano, che osservano e coltivano spazi altri di rispetto e di contaminazione; parole che giocano la nostra pelle, non sulla nostra pelle; un gioco che diverge e allarga ogni volta, e ogni volta ancora.

Per il nostro numero zero abbiamo scelto una illustrazione che offrisse chiaro e semplice il messaggio e che lasciasse però tutto lo spazio a chi leggerà di inventare e costruire con noi nuovi messaggi e nuovi scenari. Per noi è un sole nascente, vivo e vitale, che sorge offrendo colori, scenari nuovi, parole nuove: parole di uguaglianza, di dignità, di autodeterminazione, di comunità.

 

Per concludere, un immenso grazie allз ragazzз di Arcigay Salerno per questo nuovo stimolo, per l’impegno e la dedizione di questi mesi e di quelli che verranno, per il coinvolgimento, per tutto quello che da loro ho imparato e continuo ad imparare in quest’avventura. Le nuove generazioni ci interrogano, pretendono da noi nuove forme dell’esserci in quanto adulti, nuove responsabilità ed un nuovo impegno nel costruire le società e le comunità che verranno. Abbiamo non solo e non tanto il compito di fare del nostro meglio, ma soprattutto quello di non deluderli, di essere onesti e leali, toccabili e visibili nelle nostre qualità e nei nostri limiti, disponibili ad uno sguardo condiviso e da condividere per costruire insieme traiettorie nuove di futuri possibili.

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